domenica 1 aprile 2012

La Global March ad Ein el-Hilweh. 31 marzo

I bambini di Ein el-Hilweh
Beirut, 31 Marzo sera


Le manifestazioni di protesta in occasione della 36° Giornata della Terra sono finite. Si è trattato senz'altro di un grande successo. Ovunque si è scesi in strada, con presidi davanti le ambasciate o i consolati israeliani. In Egitto, Giordania, Cisgiordania, Gaza, Libano e in tutti i Territori Occupati si è realizzata la Global March to Jerusalem con centinaia di migliaia di persone. Purtroppo c'è stato un morto a Gaza e oltre 70 i feriti tra la Striscia e la Cisgiordania, tra quest'ultima e Gerusalemme circa 70 tra arresti e stato di fermo. Un'altra dimostrazione, ma non ce n'era bisogno, di cosa siano capaci i sionisti —del resto le autorità israeliane ci avevano avvertito.


In Libano dove noi ci troviamo, tutto si è svolto pacificamente, palestinesi e internazionali sono confluiti al castello di Beaufort (vecchio presidio militare dei crociati a ridosso del fiume Litani), dove, dal palco, e davanti ad una platea combattiva, hanno parlato gli esponenti politici e religiosi palestinesi e libanesi. Non possiamo tacere l'amarezza di molti internazionali partecipanti alla manifestazione, sia perché (come detto nel report precedente) non ci è stato consentito di giungere alla frontiera, sia perché, l'intervento a nome delle numerosa pattuglia di delegati esteri della GMJ, è stato svolto praticamente a manifestazione conclusa.

Il disappunto per il tipo di manifestazione decisa, diciamocelo, di "basso profilo", pervadeva anche tra molti palestinesi dei campi profughi, anzitutto quelli del campo più grande, quello di Ein el-Hilweh che, appena giunti in Libano, ci avevano preavvisato che quella al castello di Beaufort sarebbe stata poco più che una cerimonia commemorativa.

I giovani di Ein el-Hilweh, che avevamo incontrato la sera del nostro arrivo a Beirut (nella nostra delegazione italiana c'erano tre giovani dell'associazione Sumud Onlus che da anni lavorano a stretto contatto con il campo profughi di Ein el-Hilweh), ci avevano infatti riferito di essere molto insoddisfatti per la piega che la GMJ ha preso in Libano. Per loro occorreva manifestare, ma giungendo fino alla frontiera con la Palestina e non arrestarsi al fiume Litani. Per loro la risoluzione 1701 —adottata dalle Nazioni Unite dopo la vittoria di Hezbollah sugli invasori israeliani che ha di fatto creato una zona cuscinetto a protezione dello stato sionista, spostando il confine ventri Km più a nord— non può essere legittimata.

Così, dai campi profughi in molti si sono rifiutati di prendere parte ad una parata considerata una liturgia. Ma questo non dev'essere inteso come un defilarsi. Oggi, 31 marzo, a Ein el-Hilweh è stata organizzata un'altra manifestazione, alla quale volentieri abbiamo preso parte. 

La delegazione italiana ha riconosciuto le ragioni di questi ragazzi, e siccome invitati caldamente a parteciparvi, abbiamo deciso di accettare l'invito e recarci ad Ein tutti assieme.

GMJ dentro il campo di Ein
Partiti intorno alle 10, siamo arrivati al campo intorno a mezzogiorno, proprio quando era previsto l'inizio della manifestazione. Ovviamente, abbiamo dovuto aspettare al check point che i militari libanesi controllassero meticolosamente i nostri passaporti e la validità dei nostri permessi d'ingresso, e solo dopo siamo entrati. 
E' stata l'accoglienza più calorosa mai riservata ad alcuno, quella che ci ha visto protagonisti per un'intera giornata. All'ingresso del campo c'erano bambini, ragazzi, donne e uomini, tutti gli esponenti dei partiti locali, Fatah e Hamas in testa, le associazioni culturali, gli amici di Nashet, anziani e le Tv locali. 

Tutti intorno a noi. Ci abbracciavano, ci salutavano, ci chiedevano il nome. Siamo stati immortalati in una quantità notevole di foto. Noi siamo entrati avanzando dietro il nostro striscione, ma tenerlo aperto è stato impossibile, tanto siamo stati travolti. 
Ci siamo fermati lungo la strada, tra il centro sociale Sumud-Nashet e la sede di Fatah. 
Qui siamo rimasti, e davanti la telecamera, tutti gli anziani, gli esponenti di ogni fazione e tantissimi giovani hanno rilasciato ognuno una dichiarazione. E' toccato anche a noi. 
Moreno Pasquinelli, il nostro capogruppo e profondo conoscitore di tutta la storia di Ein el-Hilweh ha preso la parola, ringraziando tutti per la caldissima accoglienza, e asserendo che noi italiani siamo arrivati in Libano per prendere parte alla GMJ, il cui obiettivo era dimostrare come in tutto il mondo i popoli rifiutino l'oppressione di Israele nei confronti dei palestinesi, condannino la politica sionista, la continua occupazione ed annessione, la discriminazione dei palestinesi e la giudeizzazione di Gerusalemme; ha sottolineato che la nostra  vera Global March si è tenuta dentro Ein el-Hilweh, dentro il campo profughi più grande e complesso del Libano, fra le persone più combattive e risolute nel non arrendersi e non abbassare la testa di fronte all'oppressore. Le sue parole sono state accolte da forti applausi.

Quando la gente ha cominciato a ritirarsi, noi siamo andati in visita prima alla sede di Fatah, con tutti gli esponenti politici e le autorità del campo, poi alla sede di Sumud-Nashet fra i giovani. 
Un dono simbolico a Sumud
Assieme ai giovani di Sumud membri della nostra delegazione abbiamo visitato il centro che loro stessi avevano ristrutturato nel 2009, e presso cui erano stati ospiti durante la brigata del 2010. In segno di amicizia e di auspicio per le future collaborazioni, i ragazzi di Nashet ci hanno donato una piccola scultura in legno, ricoperta di conchiglie, raffigurante una simbolica nave del Ritorno. 

Abbiamo discusso tanto con loro, anche della GMJ, ci hanno dato anche due dichiarazioni, una a firma dei giovani del campo, l'altra delle famiglie dei martiri, in cui è spiegata la decisione di non partecipare alla manifestazione del castello di Beaufort pur aderendo alla GMJ. Le tradurremo dall'arabo al nostro ritorno, potrete leggerle su questo sito fra qualche giorno.
Non potevamo andare via senza fare una visita fra le vie labirintiche del campo profughi, accompagnati da ragazzini curiosi.
Poi, ancora una volta, con tanta commozione, abbiamo fatto la fila al check point e siamo tornati a Beirut. 

Ci attendeva un'altra serata importante, l'incontro con Ali Baraka, il massimo esponente di HAMAS in Libano. Ma su questo diremo domani, dopo il nostro ritorno.

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