domenica 29 gennaio 2012

La questione dell'insediamento coloniale di "Migron"

Sono 250.000 i coloni che vivono a Gerusalemme est

Itai Harel scruta il deserto roccioso dei Monti di Giuda e ci invita a “guardare questa meravigliosa terra libera sino a Gerusalemme, che aspetta i suoi figli che la vengano a costruire e ad abitare”. Uno dei rari momenti in cui Harel, trentottenne operatore sociale, si fa poetico mentre spiega perché è

venuto a stare, insieme alla moglie, ai sei figli, e altre cinquanta famiglie, in questo avamposto recintato in cima a una collina della West Bank a est di Ramallah. Stando qui di fianco alle stalle che Harel utilizza efficacemente come centro per la terapia ippica, è davvero difficile pensare che la Corte Suprema di Israele ha ordinato l’evacuazione e demolizione di tutto entro circa due mesi. E che questo avamposto si è trasformato nel crogiolo di una nuova prova di forza politica e legale, tale da determinare la posizione del governo israeliano sui limiti aglio insediamenti ebrei illegali nella West Bank.

In una pacifica mattinata d’inverno i bambini si arrampicano sugli scivoli nel campo giochi di un asilo. La torre dell’acquedotto, i pali della corrente elettrica, la strada che arriva serpeggiando fino in cima alla collina, tutto sta a testimoniare la generosità dei sostegni governativi alla comunità, cinque milioni di euro circa, per stabilirsi qui dieci anni or sono. Ci vengono anche in pattuglia i militari dell’esercito. Ma è il paradosso di Migron: non c’è nulla di legale. Nessuna norma internazionale, di quelle che la maggior parte dei governi democratici accusa Israele di violare sistematicamente con gli insediamenti nei territori occupati. Così come avvenuto con un altro centinaio di complessi illegali, spuntati a partire dagli anni ‘90 aggirando l’impegno dello stato a non realizzarne più, non hanno alcuna base nel diritto. Anche i ministeri, e la Corte Suprema, confermano come Migron sia costruita su terreni di proprietà privata di famiglie palestinesi dei vicini villaggi di Burqa e Deir Dibwan, quindi doppiamente illegale.

Nella sentenza, emessa dopo infinite promesse non mantenute di evacuare gli abitanti di Migron, il giudice Dorit Beinisch, dichiara inequivocabilmente che “speriamo gli abitanti [di Migron] accettino la necessità di evitare comportamenti violenti, ristabilendosi altrove, in luoghi dove ciò è consentito”. Harel ha un aspetto che è proprio difficile classificare come “da violento”, e ribadisce la volontà di cercare una soluzione pacifica. Ma non vacilla per un attimo la sua fede ideologica nel diritto di potersi stabilire dove vuole nella West Bank. “Sa, mio padre è sopravvissuto all’Olocausto, suo fratello minore è stato ucciso. Ha cercato dopo la guerra di venire in Israele insieme alla famiglia, quando aveva sei anni, gli inglesi li hanno mandati a Cipro. Ha combattuto alla liberazione di Gerusalemme [nella Guerra dei Sei Giorni del 1967]”. Harel crede che siano i cittadini, non i tribunali, a dover decidere il destino della terra: “Rappresenta la mia storia. É la terra dei miei padri, oppure un territorio occupato? Gli israeliani sanno già la risposta”.

La sentenza della Corte Suprema evoca lo spettro dell’evacuazione, forse con più violenza di quanto successo nel 2006, quando furono sgomberate nove abitazioni in un altro avamposto illegale, Amona, verso cui si diressero migliaia di coloni di destra. Qui dopo la demolizione di tre case ci sono state una serie di “ritorsioni” da parte dei coloni, ovvero attacchi vandalici e incendi nelle moschee di villaggi palestinesi (gli abitanti di Migron ribadiscono di essere totalmente estranei a queste cose). Il governo Netanyahu ora propone un “compromesso”, secondo il quale l’avamposto si dovrebbe spostare di circa due chilometri. Ovviamente ancora in territorio occupato, ma su terreni che ufficialmente sono di “proprietà statale. Hagit Ofran, dell’associazione Peace Now, crede che lo spostamento sia solo un modo per guadagnare tempo. E spiega: “I pratica il governo israeliano così ufficializza un nuovo insediamento, e manda un messaggio, se rubi terra ai palestinesi senza autorizzazione, e minacci di usare la violenza, noi ti costruiamo un villaggio a spese del contribuente. É una vergogna”.

Vergogna o no, i coloni non hanno ancora accettato l’offerta, sostenuti dall’ala di destra della coalizione che sostiene Netanyahu, e che chiede invece di legalizzare gli insediamenti: secondo Peace Now così “spingendo i coloni a continuare nella costruzione di insediamenti senza permesso, a creare fatti compiuti”. A pochi chilometri di distanza, nel villaggio di Burqa, Abdel Khader Mohammed Samarin, 72 anni, esponente dei proprietari di terra palestinesi che hanno presentato istanza alla Corte Suprema, osserva la bella valle che divide l’insediamento palestinese da Migron. Samarin ci ha rimesso circa otto ettari, dei 200 complessivi occupati dall’avamposto: “Voglio rivolgermi a Tony Blair in quanto presidente del Quartet, perché obblighi Israele a restituirci quella terra. Faccio appello al mondo intero. Ma non ho molte speranze. Credo che non lo faranno mai”. Almeno su questo punto, è d’accordo anche Harel. “Torni qui quest’estate quando fa più caldo, la porterò a fare un giro a cavallo. A Migron”.

La battaglia per la terra

Gli insediamenti sono fonte di continui scontri fra Israele e i palestinesi, un problema che tocca aspetti politici, religiosi, territoriali. Sono più di mezzo milione i coloni ebrei che – sostenuti da vari governi israeliani – si sono stabiliti fra West Bank e Gerusalemme Est, occupati con la Guerra dei Sei giorni del 1967. Insieme a Gaza, queste zone sono considerate la base del futuro Stato di Palestina, e la comunità internazionale considera illegali gli insediamenti, un ostacolo per la pace. La loro rapida espansione ha portato molti a disperare nelle possibilità della soluzione due popoli due stati. Israele vorrebbe che i più grandi restassero comunque territorio israeliano, idea criticata perché così secondo molti si creerebbero dei “bantustan” palestinesi, spazi isolati di autogoverno, nella West Bank.

I coloni, determinati a sostenere le pretese israeliane sulla West Bank, sono spinti da motivazioni economiche così come religiose. Molti considerano la West Bank parte del diritto storico. Ancora più intricata la questione di Gerusalemme Est, che i palestinesi vorrebbero capitale del futuro stato. Israele rivendica sovranità su Gerusalemme, e sono 250.000 i coloni che vivono nella sua fascia orientale dominata dalle popolazioni di origine araba. Gli avamposti – villaggi abbastanza improvvisati realizzati senza autorizzazione ufficiale israeliana – si sono dimostrati una spina nel fianco per lo stato di Israele. Migron, costruito su terreni di proprietà privata palestinese, è il principale. Secondo la road map approvata con gli auspici dell’amministrazione Bush nel 2003, Israele si impegna a demolire tutto quanto costruito dopo il 2001. Fra cui appunto Migron, ma tutti i tentativi sono stati sinora contrastati dalla destra, coi coloni schierati contro lo stato che vorrebbe smantellare gli insediamenti.


Versione originale:

Donald Macintyre
Fonte: www.independent.co.uk
Link: http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/settlers-who-went-too-far--even-for-netanyahu-6295350.html
27.01.2012

Versione italiana:

Fonte: www.eddyburg.it
Link: http://www.eddyburg.it/article/articleview/18402/0/418/
27.01.2012

Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

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